LE RADICI BIBLICHE DELLA
SPIRITUALITA' MATRIMONIALE
La Chiesa ha da fare al mondo una meravigliosa rivelazione riguardo al matrimonio: eppure tra i cristiani, con evidente schizofrenia verso la Parola ricevuta, spesso il matrimonio è ancora visto come una realtà d'ordine eminentemente sociologico, una specie di scelta di "serie B" in confronto al celibato, quando non addirittura come puro "remedium concupiscentiae", legalizzazione di quella sessualità che ha pur sempre in sé qualcosa d'impuro se non di demoniaco. In pochi campi come in questo la Chiesa paga un pesante tributo alla mentalità mondana, o perché ha accolto nel suo seno, quasi consciamente, filosofie che tendevano a disprezzare la sessualità e il matrimonio, o perché, in opposizione a tendenze lassistiche e libertine, ha preferito arroccarsi talora in posizioni di svalutazione o di rifiuto, piuttosto che aderire con fede gioiosa alla Rivelazione ricevuta a riguardi nella Sacra Scrittura.
La fonte jahwista del racconto della creazione (X sec. a.C.), ci afferma anzitutto che l'essere unico creato da Dio, l'adam, è composto da due "lati" (Gen. 2, 18-24): la parola ebraica che noi traduciamo "costolA", "sl", meglio andrebbe tradotta proprio come "lato". L'adam si compone di un lato maschile e di un, lato femminile:
l'adam è quindi la coppia! Ne consegue innanzi tutto che l'uomo è ontologicamente comunione, che l'uomo è amore: ed è stupefacente che la prima parola dell'uomo nella Bibbia sia proprio un inno di lode per la propria sessualità (Gen.
2,23). Inoltre i due lati dell'adam sono intrinsecamente chiamati all'unità: ognuno dei due, da solo, non è
"l'uomo"; la "persona" umana ("carne", "basar", equivale per il semita al concetto di
persona": Gen. 2,24) si realizza nella comunione matrimoniale, in cui i "due" diventano "uno". 1 due lati dell'adam sono infine in assoluta parità: lo sottolinea l'assonanza di parole del v. 23b di Genesi 2: "La si chiamerà "ishsha" perché dall"'ish" è stata tolta".
La fonte sacerdotale, più recente (VI sec. a.c.), non solo rafforza il dato jahwista sulla sessualità e sul matrimonio, ma lo apre ad un più profondo significato teologico: solo l'adam, unione del maschio e della femmina, è ad immagine e somiglianza di Dio, è icona stessa di Dio (Gen. 1,26-28)! Lo stretto rapporto di reciprocità e di rimando vicendevole tra la coppia e Dio, che questo brano ci svela, squarcia le nostre tenebre sia livello antropologico sia teologico, aprendoci, infatti, a profonda conoscenza sia riguardo alla coppia sia a Dio stesso. Riguardo alla coppia, se è immagine di Dio, ne deriva anzitutto l'indissolubilità del matrimonio: poiché Dio è e resta uno, così anche i coniugi sono e devono restare una cosa sola: la loro unità, infatti, è in Dio, di cui essi sono l'immagine. Inoltre la coppia è chiamata a modellarsi su Dio stesso: gli sposi dovranno amarsi sempre, perché "Dio è amore" (1 Gv. 4,8), essere fedeli sempre, perché Dio é "hesed", fedeltà (SI. 100,5; 117,2 ... ), assomigliare a Dio nella bontà (Nm. 14,18;
SI. 30,6 ... ), nella capacità di perdonare (SI. 130,4; Dn. 9,9 ...), nella misericordia (Es. 3 4,6; Dt. 5,10 ... ), nella fecondità, collaborando all'opera creazionale di Dio (Sap. 1,14), che è "amante della vita" (Sap. 11,26) ... Ma se Dio è modello della coppia, la coppia a sua volta è luogo rivelativo di Dio: l'esperienza d'amore dei coniugi ci svela
anzitutto che Dio è amore; in ogni esperienza d'amore vero tra un uomo e una donna dobbiamo riconoscere una teofania, una rivelazione di Dio. Inoltre, se Dìo ci dice che la coppia, momento relazionale tra due persone, è a sua
immagine, aiutati dalla successiva Rivelazione possiamo già scorgere in questo brano scritturistico un'apertura sul mistero della dinamicità interna
di Dio, la prima luce sulla sua natura trinitaria: Dio è uno, ma in più persone che vivono in un immenso interscambio d'amore. In Dio, poi, come ci svela la Scrittura ci sono i caratteri sìa della mascolinità (guida, sostegno, signoria ...) che della femminilità (dolcezza, tenerezza, compassione... ): come disse Giovanni Paolo
I e recentemente affermato da Giovanni Paolo II: "Dio è Padre, ma soprattutto Madre".
Se la Genesi ci dà del rapporto coniugale il fondamento antropologico e le sue radici teologiche, soprattutto quest'ultimo aspetto viene evidenziato dagli altri Libri Sacri, soprattutto dai Profeti. Per lo scrittore biblico si pone il problema di significare in qualche modo l'essenza dì Dio, il suo immenso amore per
il suo popolo: e la metafora che trova più espressiva è quella nuziale: Dio è il Fidanzato, lo Sposo, e Israele la Fidanzata, la Sposa, a cui si unisce con un "berit", un'alleanza, un patto definitivo e solenne, un giuramento reciproco di fedeltà. Il matrimonio diventa quindi sacramento (la parola "sacramentum" significa "segno sacro") di una realtà che lo trascende, profezia di Dio e della sua alleanza con l'uomo, Anche quest'aspetto del tema della nuzialità reca una doppia valenza: da una parte, il matrimonio diventa ancora una volta epifania, rivelazione
di Dio, dall'altra Dio vuole proporre un vero "progetto" sul matrimonio, che avrà significato nella misura in cui rifletterà gli atteggiamenti, lo stile di Dio.
L'evangelo dei matrimonio, presentatoci con tanta luminosità già dall'Antico Testamento, ma spesso così disatteso dalla prassi corrente in Israele, viene
portato a pienezza e radicalizzato da Gesù, il Verbo definitivo del Padre.
Gesù non solo è l'esegesi ultima, ma porta sul tema del matrimonio la concretizzazione e
il superamento del simbolismo veterotestamentario: egli, infatti, è ormai lo
Sposo, e la Sposa è il nuovo popolo dei credenti in lui, la Chiesa (Gv. 2,1-12; Ef. 5,21-33). Perciò gli sposi sono ormai chiamati ad amarsi addirittura "come Cristo ha amato
la Chiesa e ha dato se stesso per lei (E£ 5,25)!".
Ma secondo la Legge di Mosè era però possibile per Israele il divorzio (Dt. 24,1); e sulla sua interpretazione si erano create, ai tempi di Gesù, due scuole: quella di Rabbi
Shammai, che lo ammetteva solo in caso d'adulterio, e quella di Rabbi
Hillel, secondo cui motivo sufficiente per divorziare era che la moglie avesse ... lasciato bruciare
l'arrosto! 1 Farisei si avvicinano a Gesù per vedere da che parte sta, se ammette il divorzio solo in caso d'adulterio come Rabbi Shammai o "per qualsiasi motivo" (Mt. 19,3), come
Rabbi Hillel. Ma Gesù spiazza tutti, affermando che il divorzio è stato concesso solo per "miocardiosclerosi", la "durezza del
cuore" (Mc. 10,5) d'Israele, concetto
equivalente all'ebraico "orlat lebab", la chiusura dell'uomo al piano di Dio: e rimanda al progetto di Dio sul matrimonio enunciato proprio nel libro della Genesi, il cui nome ebraico è "Bereshit", "In principio"
(Mc. 10,6-9).
Solo nella meditazione della Scrittura possiamo trovare le radici della spiritualità del matrimonio, e questo sacramento ci apparirà non sterile normativa, ma luminosa chiamata alla santità.
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Notizie Flash
Vi segnaliamo: Carlo Maria Martini Sul Corpo Centro
Ambrosiano Milano 2000.
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Bibliografia
«Il cuore dell'educazione è l'educazione del cuore» (cfr. p. 249). Tre anni dopo Antropologia e sessualità (presentato nello scorso numero), che terminava definendo la spiritualità forma sublime di un'educazione permanente alla sessualità e all'amore, Sabino Palumbieri - nell'altrettanto impegnativo Amo dunque sono, da poco in libreria - si accinge a svelare il «codice metodologico della civiltà dell'amore» (cfr. p. 249), fornendone - recita il sottotitolo - ì presupposti antropologici. Amore: perché, come, fino a quando, fino a che punto? Ciò che urge non è una risposta "di tendenza" (che soddisfi la moda dell'amore "alla
moda" ma la ricerca di un fondamento spirituale e morale, filosofico e teologico, per l'amore. Esso, è inteso come struttura costitutiva dell'essere umano e «forza del mondo» (cfr. p. 13), che prende le mosse non da una malinconia passeggera, ma da quella «nostalgia del totalmente Altro» (a p. 27 Palumbieri cita il filosofo tedesco Horkheimer) capace di donare al più fragile e
deluso dei suoi feriti il coraggio di amare nonostante tutto.
Come può il Cristianesimo comandare l'amore come esigenza suprema se l'amore è proprio ciò che, per eccellenza, non può essere imposto, né subito? Proprio perché risponde l'Autore - «il carisma della carità è inseminato nella struttura d'amore dell'essere». (cfr. p. 8). Vale a dire che nella struttura dell'uomo si trova inscritto in partenza l'imperativo etico (non scontato, ma donato) come seme di uno stimolo costante all'uscita da sé che - modellandosi sul dinamismo pasquale - diventa potenziamento della vita stessa. Palumbieri ricorda le parole di Gilbert Cesbron: «Vivere per gli altri non è vivere a metà, ma vivere due volte» (cft. p. 18). Questa è fecondità, quel diventare ciò che si ama di agostiniana memoria.
L'amore struttura costitutiva - che crea, ricrea, inventa, previene - è concavo per accogliere ed elastico per adattarsi, ricevendo ancora. «Per tutto il mondo tu sei solo qualcuno. Per qualcuno tu sei proprio tutto il mondo» (cft. p. 15): l'altro diventa il punto di convergenza (da pervadere, mai da invadere), la perla su cui l'universo, come una conchiglia, si richiude. E poiché l'amore è
"contagioso" e scatta al sentirsi amati, lasciarsi amare è già sufficiente per «sentirsi uscire dalla massa» (cft. p. 80) e intraprendere un cammino che consenta al mondo di cambiare volto.
Il grande rischio è che questi dinamismi di fondo dell'amore-struttura si paralizzino. Palumbieri ne denuncia l'origine: un cuore di pietra al posto di un cuore dì carne. Esso conduce a "digiunare" dai valori e produce l'analfabetismo in amore. L'egocentrismo ha ormai raggiunto la vetta culturale: l'altro è ridotto a pura identità al negativo, a ciò che, semplicemente, l'io non è.
Perché - propone l'Autore - non ricominciare dal polo opposto? Perché non fare proprio dell'alterità il punto di partenza perché l'io - appunto analfabeta, forse sordomuto - si rialfabetizzi ripercorrendo la via dell'amore nella direzione autentica?
Per quest'uomo che, al crepuscolo del millennio, s'attarda «nei suoi deserti, a costruire vitelli d'oro» (cfr. p. 22), ci vuole, e subito, una «terapia a base di assoluto» (cft. p. 22). Deve
scoprire il fondo del proprio cuore, imparare a vivere in alternativa. Il progetto dell'alfabetizza ione dell'uomo contemporaneo è appunto il fiore all'occhiello di quel nuovo umanesimo che con Maritain, Mounier (cui si deve la sostituzione del cogito cartesiano con il diligo ergo sum, amo dunque sono), Nédoncelle e Ricoeur, si propone di liberare le capacità di relazione ora atrofizzate. « L'uomo può guarire. L'uomo può amare» (cfr. p. 25). Di quell'amore che Palumbieri definirà sentimento profondo e stabile che chiede fedeltà a se stesso tanto quanto all'altro e ancora all'Altro con la "A" maiuscola.
Da queste premesse, l'autore svolge una ricca operazione di scavo antropologico in due tappe principali: sul piano fondativo e quindi su quello dell'incarnazione dell'amore. Con estrema attenzione ai dinamismi dei profondo, l'amore è analizzato non come teorema, ma come esperienza, fino al passaggio decisivo dall'amore-struttura alla spiritualità stessa che è amore come cammino, vita, itinerario
di eternità. «L'amore è tutto» (cfr. p. 249) è il titolo dell'ultimo capitolo del libro di Palumbieri. E questa l'asserzione a cui approda Teresa di Lisieux al termine della sua esistenza; non un parlare d'amore, dunque, ma un parlare l'amore che è tutto.
Sabino Palumbieri, Amo dunque sono. Presupposti antropologici della civiltà
dell'amore, Figlie di San Paolo, Milano 1999, pp. 258, £ 22.000.
Manuela Ghiga
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