|
|
Nella riflessione che vorrei condividere con voi, desidererei partire da due considerazioni. La prima è questa: alcune settimane fa, il telescopio orbitante Hubble, lanciato nello spazio nel lontano 1990, ha compiuto un’impresa straordinaria:ha fotografato il punto più remoto dell’universo. Ha ripreso delle protogalassie. Ha fotografato un ammasso di circa 10 mila galassie che distano dalla terra almeno 13 miliardi di anni luce. L’eccezionalità di questa impresa è data dal fatto che per la prima volta al mondo sono state fotografate delle galassie che sono nate poco dopo il grande botto del “Big Bang” dette appunto protogalassie, cioè almeno 13 miliardi di anni fa. Da 13 miliardi di anni trapassano l’universo con la loro luce e ora arrivano a noi. Pensare alla grandezza dell’universo, da una parte mi da i brividi, e dall’altra mi riempie di riconoscenza e commozione perché so che ognuno di noi è più importante, più grande, di miliardi di galassie. Ho citato questo
evento straordinario perché mi da lo spunto per una riflessione. Se noi del
Progetto AMOS vogliamo essere un progetto culturale, dobbiamo essere molto
attenti ai minimi segnali che ci giungono dall’universo umano che abbiamo
intorno. Imparare a cogliere dei piccoli segnali, decifrarli, analizzarli,
ritenerli preziosi e non scartarli a priori. Anche se a una prima lettura
potrebbero sembrare confusi, contradditori, indecifrabili. Oggi, oltre al
crollo delle ideologie di cui tanto si è parlato, siamo di fronte a un altro
segnale culturale che dobbiamo tenere presente e capire. E’ quello che qualche
autore ha chiamato “L’eclisse del senso dell’Intero”. Perdere il senso
dell’Intero significa fermarsi al semplice frammento, non pensare al domani,
rinunciare alla progettualità, cercare di amministrare il presente pensando
quasi esclusivamente a sé. Tutto questo spesso per poter mascherare lo
smarrimento del non avere una stella polare. Se volgiamo
cogliere la realtà di oggi, degli uomini e donne che percorrono i sentieri
della storia di oggi, dobbiamo cogliere la frammentarietà dell’universo
umano, in punta di piedi, con grande rispetto e considerazione, senza
assolutamente sentirci al di sopra o al di fuori. Questa perdita di
senso dell’Intero ha portato a una fragilità dei legami affettivi e frequente
conflittualità a diversi livelli. E’ importante
costruire dei legami affettivi che siano alleanza amicali, sia all’interno
della nostra Associazione sia come progetto di contagio all’esterno. Alleanze
che mirino alle relazioni personali a costruire legami d’amore che considerino
la persona non come “mezzo” ma come qualcuno prezioso, unico, che porta in
se tracce d’infinità. La seconda
considerazione, che è collegata alla prima, la vorrei introdurre con una
storiella. Un giorno il
saggio Meher Baba conversando con i suoi discepoli fece questa domanda. “Perché le
persone gridano quando sono arrabbiate?” I suoi discepoli un po’ stupiti di
questa domanda, si guardarono l’un l’altro dopo un po’ uno di loro
rispose: “Perché perdiamo la calma”. Baba riprese:
“Che motivo hai di gridare se l’altro ti è accanto?” I discepoli allora
cercarono altre risposte ma nessuna soddisfaceva Baba. Alla fine il
saggio disse: “Quando due persona sono arrabbiate, i loro cuori si
allontanano. Per coprire questa distanza e potersi sentire allora devono urlare.
Più sono arrabbiate, più urlano”. Poi soggiunse: “Sapete perché invece
due innamorati parlano tra di loro dolcemente senza gridare? E’ perché i loro
cuori sono vicini. E più si innamorano più sentono che basta sussurrare o
addirittura solo guardarsi negli occhi, senza parlare”. Infine Baba
concluse: “Non lasciate che i vostri cuori si allontanino, altrimenti non
riuscirete più a sentirvi”.
Dobbiamo imparare
a farci prossimo a che ci contattata, a chi incontriamo. Imparare a parlargli
anche con il cuore e non solo con la voce. Oggi c’è tanto
bisogno di comunicazione del cuore. Dando uno sguardo
al cammino di questo anno penso che anche se siamo piccoli e la strada davanti a
noi può essere tanta, possiamo dire che qualche passo lo abbiamo fatto.
Dobbiamo continuare a costruire: costruire ponti, legami. Non dobbiamo
fermarci, scoraggiarci, ma essere uomini e donne di speranza, attenti alle
sorprese. Sentinelle della speranza. Anche il
telescopio Hubble a qualcuno sembrava già vecchio (è in orbita dal 1990) ma
adesso gli scienziati di Baltimora puntano i piedi e dicono che deve
continuare. Anche quando non vediamo dei grandi risultati e ci sembra di essere
sulla breccia da tanti anni, dobbiamo continuare. Siamo nati insieme
al Telescopio spaziale Hubble! Ci aspettano ancora tante sorprese! Grazie a tutti voi
che fate esistere l’Associazione Progetto AMOS.
Michelangelo Tortalla
Prima di entrare nel merito della riflessione è bene premettere i termini della legge approvata alla Camera lo scorso 10 febbraio. Questa legge:
Dietro il dibattito e lo scontro che si è svolto a seguito dell’approvazione di questa legge, stanno almeno due questioni etiche fondamentali nell’ambito della Bioetica. Innanzitutto la questione della definizione dell’embrione: che cos'è l'embrione? Una questione che può essere risolta solo a condizione di riconoscere un orizzonte antropologico mediante il quale apprezzare il dato biologico, psicologico e relazionale dell’uomo, come realtà profondamente legate tra loro. Quando, infatti, non sono integrate ne scaturisce una visione atomizzata della persona, che c’impedisce di cogliere la portata di questa, come di altre questioni analoghe, nella loro globalità, e di trovare quindi delle risposte adeguate. Per questa ragione il definire cos'è l'embrione implica una riflessione interdisciplinare, che interpelli la biologia, la filosofia, il diritto, l'etica e, per noi credenti, anche la teologia. In questa prospettiva unitaria l'embrione è riconoscibile come vita umana, e merita pertanto un rispetto almeno proporzionato all’umana corporeità. Si tratta infatti di un organismo biologicamente destinato ad un obiettivo specifico: quello di diventare bambino. La seconda questione è relativa alla qualità del rapporto dei genitori rispetto al figlio. La coppia può infatti sviluppare due possibili atteggiamenti tra loro contrapposti: quello di considerare il figlio come un diritto, oppure quello di pensarlo come un dono da desiderare. Se il figlio è pensato come un diritto diventa una “proprietà” da esibire, oggi come un “oggetto”, domani per i risultati che raggiunge. La vita di questo figlio è già progettata a priori dai genitori. Con quest’atteggiamento è certo che se il figlio non “arrivasse”, ci si sentirebbe autorizzati ad accanirsi, con qualsiasi mezzo, per ottenerlo. Diversa è la prospettiva del dono. Quello di avere un figlio è un desiderio legittimo della coppia: in esso è condensata la tensione a trascendere se stessi e a rendere partecipe un altro dell'amore che unisce la stessa coppia. Con questa disposizione il figlio non è ricercato con un accanimento esasperato e qualora non “arrivasse” si cercherebbero altre strade per manifestare la propria fecondità. Dalla risposta a queste due questioni fondamentali dipendono sia il giudizio sulla legge che regolerà la pratica della fecondazione assistita nel nostro paese, sia, ancor più radicalmente, l’atteggiamento complessivo verso la vita. Don Paolo Mirabella
|
|